Recensioni degli episodi della stagione finale
Se il primo episodio della stagione finale di «The Boys» era partito all’attacco colpendo subito i nervi scoperti a tutta velocità, il secondo — «Teenage Kix» — rallenta leggermente il ritmo, senza però mai perdere presa. È un episodio che racconta come persino il piano migliore raramente basti davvero — e come, in questa serie, il passato non resti mai sepolto dentro un sacco mortuario.
L’episodio si apre con un sermone del reverendo Oh Father, nel quale A-Train viene proclamato martire, mentre i sostenitori di Starlight sono dipinti come una folla indemoniata di mangiatori di neonati che costringe i bambini a cambiare genere. È eccessivo perfino per gli standard di Patriota (Homelander), eppure lui osserva in silenzio e lascia che lo spettacolo spirituale di propaganda vada avanti, perché serve all’agenda e contribuisce a mantenere la stabilità. La precisione sarcastica con cui gli autori ricreano la retorica del fondamentalismo religioso risulta fin troppo familiare.
Il virus, Soldatino e la Gen Z
Il filo centrale dell’episodio ruota attorno ai test del virus progettato per uccidere i Supes. Vicino al laboratorio segreto di Butcher, in Pennsylvania, vive un gruppo di super-influencer noto come Teenage Kix. Uno di loro, Rock Hard, sembra la perfetta cavia da laboratorio. L’unico problema è che, quando i protagonisti lo incontrano, ha superato da tempo il suo momento d’oro, pesa Dio solo sa quanti chili ed è completamente immobilizzato nel seminterrato della villa (Vladimir Harkonnen, sei tu?). Il personaggio è chiaramente una parodia di The Thing, ovvero Ben Grimm dei Fantastic Four della Marvel, portata agli estremi assurdi con il tipico gusto della serie per il grottesco disgustoso.
L’intero gruppo Teenage Kix è una satira pungente delle case TikTok per influencer — quelle «ville collaborative» dove decine di creator convivono producendo contenuti. Sheline, Jetstreak e Countess Crow registrano infiniti video per i social, promuovono gli energy drink Turbo Rush e spingono altro merchandising Vought. (Tra l’altro, i QR code mostrati nella serie rimandano a veri video online: adoro questi dettagli da parte degli autori.) Quando Marvin racconta a Butcher quanto guadagnano questi blogger Gen Z per singolo post, la reazione di Karl Urban è calibrata alla perfezione.
Patriota assomiglia sempre di più a un narcisista nel pieno di una crisi d’identità, al punto da decidere di scongelare suo padre. Il ritorno di Soldatino (Soldier Boy) è con tutta probabilità l’evento chiave dell’episodio e un’evidente anticipazione dello spin-off Vought Rising, la serie prequel destinata a esplorare l’ascesa della corporazione e le origini dei supereroi negli anni ’50.
La scena finale offre il principale aggancio narrativo: il virus funziona su Rock Hard e Jetstreak, ma il primissimo Supe — creato da Frederick Vought negli anni ’40 — rimasto coinvolto al centro degli effetti del farmaco e creduto morto, si rialza nell’ultima inquadratura dall’interno di un sacco per cadaveri.
Debolezze narrative
Questo colpo di scena distrugge ogni speranza di una risoluzione lineare, perché se il virus non è riuscito a uccidere un Supe di prima generazione, non c’è alcuna garanzia che possa eliminare Patriota. Oppure, al contrario, il ritorno di Soldatino potrebbe aiutare Patriota a creare un vaccino. Ed è proprio qui che emerge subito una falla narrativa evidente: i corpi contenenti tracce del virus vengono lasciati sul posto dai Boys, il che significa che le centinaia di scienziati della Vought, con fondi praticamente illimitati, dovrebbero essere perfettamente in grado di analizzarli. Realisticamente, tutto avrebbe dovuto essere bruciato fino alle fondamenta — ma la logica, a volte, viene sacrificata in favore dello spettacolo. In questa serie la ragione talvolta si piega all’intrattenimento più che al buon senso.
Anche gli archi dei personaggi procedono in modo disomogeneo. Starlight, che diventa moralmente più oscura a ogni episodio, ora è pronta a sacrificare Countess Crow per il bene della missione. È probabilmente la trasformazione più interessante dell’episodio. Countess Crow, nonostante tutta la teatrale estetica gotica, si rivela semplicemente una giovane donna vulnerabile con poteri mediocri, che cerca di nascondere la propria insicurezza dietro la maschera della signora delle tenebre. Marvin le mostra compassione, dettaglio significativo perché evidenzia le profonde fratture interne del gruppo.
Frenchie e Kimiko si baciano e fanno l’amore ovunque — ed è bellissimo, ma anche inquietante: in «The Boys», i momenti più teneri spesso precedono il dolore più grande. In effetti, è un classico espediente drammatico che segnala una tragedia in arrivo. Nel frattempo, i litigi tra Hughie e Butcher restano intensi come sempre, ma nel profondo continuano a essere la stessa disputa ripetuta stagione dopo stagione. La serie continua a ruotare attorno a questa dinamica invece di spingere il loro rapporto verso territori nuovi.
Considerazioni finali
Anche dal punto di vista tecnico l’episodio non è impeccabile. Alcune scene d’azione soffrono di montaggio caotico e camera a mano traballante, risultando difficili da seguire. Ed è un peccato, perché il potenziale per scontri visivamente memorabili c’era tutto. Nonostante questi limiti, il secondo episodio appare comunque come un passo avanti sul piano narrativo. Mantiene il ritmo e crea la necessaria sensazione che la storia stia avanzando verso il suo finale inevitabile. «The Boys» forse non sciocca più come un tempo, ma continua a marciare avanti con sicurezza.
