Recensione | The Boys: Stagione 5, Episodio 4 (2026) – Patriota contre Dieu

RecensioniYevhenii Rudniev
15 mag 20268 minuti
The Boys: Stagione 5, Episodio 4 (2026) — Antony Starr

© Amazon Prime Video

Recensioni degli episodi della stagione finale

Il quarto episodio della quinta stagione di «The Boys», intitolato «Re dell'inferno» (Titolo originale: King of Hell), si apre con una scena che definisce immediatamente il tono dell’intero episodio: Firecracker fa visita a Patriota (Homelander) e lui, non appena percepisce addosso a lei l’odore di Soldatino (Soldier Boy), sposta subito l’attenzione su un argomento per lui molto più importante — la propria divinità. «Non servire il Signore. Essere il Signore», dice con l’aria di qualcuno convinto che quella verità fosse evidente da tempo. Sul volto del personaggio interpretato da Valorie Curry passa un intero spettro di emozioni: dall’orrore alla consapevolezza che opporsi è inutile. L’attrice riesce a comunicare tutto questo senza pronunciare una sola parola, ed è più che sufficiente. Ancora più efficace è il fatto che proprio Firecracker, fervente evangelica convinta, venga scelta come principale messaggera di questo nuovo culto. Nella scena finale dell’episodio, Oh Father annuncia solennemente la nascita della Chiesa Democratica d’America, con Patriota nel ruolo di profeta.

Fort Harmony, Shining e The Last of Us in versione low budget

Alla ricerca di tracce del V1, i Boys raggiungono Fort Harmony, una struttura abbandonata della Vought. Lungo il tragitto si imbattono in carcasse di animali smembrate e corpi in decomposizione. Nulla lascia presagire qualcosa di buono, ma non hanno altra scelta. Tuttavia, molto rapidamente, l’episodio smette di essere una semplice missione di ricerca e si trasforma in un’autodistruzione psicologica dei personaggi. Un fungo che infetta chiunque lo respiri e amplifica l’aggressività diventa il pretesto perfetto per gli sceneggiatori per riportare a galla vecchi rancori e conflitti irrisolti. LM esplode contro Butcher, Kimiko cerca letteralmente di uccidere Hughie e lo stesso Hughie si comporta come se avesse accumulato un esaurimento nervoso per tutte e cinque le stagioni. L’idea funziona come meccanismo per un’esplosione emotiva, ma il problema è che gran parte di questi scontri li abbiamo già visti. La serie continua ancora una volta a riproporre gli stessi conflitti: Butcher manipola di nuovo, LM è ancora moralmente esausto e Hughie prova ancora a impedire che il gruppo si autodistrugga. Gli sceneggiatori sembrano avere paura di modificare davvero le dinamiche tra i personaggi, e questo crea costantemente la sensazione di una serie intrappolata in un circolo drammatico da cui non riesce più a uscire.

Gli autori mescolano apertamente «Shining» di Stanley Kubrick con riferimenti alla saga videoludica «The Last of Us» attraverso un’infezione fungina, ambientando il tutto in una base militare americana abbandonata risalente alla Guerra Fredda, dove un tempo venivano condotti i primi esperimenti sui super. Ruggine, corridoi oscuri, cadaveri in decomposizione e funghi che crescono attraverso la carne: la serie dimostra ancora una volta quanto sappia lavorare bene con il body horror e il grottesco corporeo. «The Boys» è sempre stata una serie ossessionata da sporcizia, sangue e deformità, ma qui questi elementi hanno anche una funzione atmosferica: Fort Harmony diventa la materializzazione fisica di tutto ciò su cui è stato costruito il mondo della Vought — marciume nascosto sotto una facciata patriottica.

L’unico personaggio immune al fungo si rivela essere Frenchie, la cui resistenza viene spiegata con anni di abuso intensivo di droghe. È anche l’unico a capire davvero cosa stia succedendo. La fonte dell’infezione è Quinn, un super completamente ricoperto di funghi fino a risultare irriconoscibile, ex soggetto degli stessi esperimenti V1 di Soldatino. Frenchie provoca deliberatamente Soldatino fino al punto di rottura, spingendolo a distruggere Quinn con la sua esplosione energetica. L’aggressività cala immediatamente e il gruppo riparte in silenzio, come colleghi che tornano da una festa aziendale degenerata troppo oltre, mentre in sottofondo risuona l’intramontabile «Mambo No. 5». Del V1 a Fort Harmony non c’è traccia — o meglio, qualcuno è arrivato prima e l’ha già portato via. Dai segni lasciati sul posto, Butcher e LM sospettano di Bombsight, ex compagno di Soldatino nella squadra originale dei soggetti testati con il V1 e considerato disperso da anni. Hughie pone la domanda più logica: perché Bombsight, che ha già il V1 nel sangue, dovrebbe aver bisogno di un’altra dose? La serie non fornisce ancora una risposta, il che naturalmente significa che i prossimi episodi ruoteranno proprio attorno a questo mistero.

Mentre i Boys devastano il forte e sé stessi sotto l’effetto del fungo, Patriota e Soldatino regolano i conti in stanze adiacenti. A un certo punto il discorso cade su Stormfront e i due ammettono entrambi di aver avuto una relazione con lei. L’atmosfera, già tesissima, diventa ancora più imbarazzante e disturbante. Soldatino rinchiude Patriota in un deposito di uranio arricchito: per un essere umano normale sarebbe una morte istantanea; per il personaggio di Antony Starr, una lenta agonia e un’impotenza totale. Particolarmente significativa è la scena successiva: Butcher trova Patriota intrappolato e si limita a ridere di lui, godendosi sinceramente il momento. Naturalmente, questo avrà conseguenze più avanti. La conversazione finale tra Patriota e Soldatino, dopo la morte di Quinn, si svolge in un silenzio quasi irreale: Soldatino è seduto, piange e chiede di essere ucciso, mentre Patriota si rifiuta.

Quando la sceneggiatura diventa più importante della logica

Il problema principale del quarto episodio è che sembra continuamente scritto per raggiungere un determinato risultato, invece che per rispettare il comportamento naturale dei personaggi. Patriota, capace di sentire battiti cardiaci a chilometri di distanza e vedere attraverso i muri, improvvisamente non sente le urla dei Boys nelle stanze vicine. Kimiko, che può fare a pezzi un essere umano in pochi secondi, inspiegabilmente non riesce a eliminare Hughie e Latte Materno quasi subito. Butcher ottiene finalmente l’occasione perfetta per uccidere Patriota mentre è indebolito dalle radiazioni… e semplicemente non la sfrutta, nonostante tutta la sua motivazione nel corso della serie ruoti proprio attorno a quella vendetta.

E ormai non si tratta più di semplici convenzioni di genere, ma di un problema strutturale della serie. «The Boys» sembra funzionare sempre più secondo la logica di singole scene isolate, piuttosto che come un mondo coerente. Ogni stanza di Fort Harmony appare come una zona separata di un videogioco con regole proprie, in cui i personaggi possono o non possono fare qualcosa a seconda di quanto la sceneggiatura sia pronta ad andare avanti. Questo è particolarmente evidente nelle scene d’azione: Marvin viene colpito da un proiettile, Hughie subisce tagli profondi, ma pochi minuti dopo tutti si comportano come se nulla fosse accaduto. La macchina da presa traballa continuamente, il montaggio frammenta lo spazio e la fisica dei superpoteri funziona solo quando fa comodo alla trama.

Non aiuta nemmeno il fatto che parte dell’episodio serva chiaramente come preparazione per «Vought Rising», il futuro spin-off prequel di «The Boys». Soldatino, gli esperimenti degli anni Cinquanta, i primi super e le origini della Vought sono elementi interessanti di per sé, ma all’interno della stagione finale finiscono per creare una strana sensazione di dispersione narrativa. Invece di dirigersi verso il climax, la serie sembra talvolta rimandare il proprio finale per preparare i futuri progetti del franchise.

Perfino la storyline di Annie e di suo padre, pur avendo una buona base emotiva, viene sviluppata in modo troppo diretto e diluito. Il fratellastro contaminato dalla propaganda della Vought, il padre poliziotto che vive nella paura, i discorsi sull’amore come motivo per combattere… Tutto questo funziona concettualmente sulla carta, ma è realizzato in modo così prevedibile da rallentare soltanto il ritmo dell’episodio. Ironia della sorte, la parte migliore di questa sottotrama non è il dramma in sé, ma piccoli dettagli come le confezioni di Dunkin’ Donuts, che richiamano vecchi rituali familiari. È proprio in questi dettagli che la serie riesce ancora a sembrare viva.

Inoltre, nell’episodio torna The Worm, sceneggiatore della Vought ed evidente alter ego dello showrunner Eric Kripke. Attraverso di lui, la serie ammette apertamente quanto sia difficile concludere storie di lunga durata, quanto sia impossibile accontentare tutti e come una stagione finale abbia regole e rischi completamente diversi. Il meta-commento funziona, ma non elimina la sensazione che la trama stia ristagnando: il V1 non è ancora stato trovato, Ryan è di nuovo fuggito, i conflitti interni si ripetono continuamente e questa stagione finale inizia sempre più a sembrare un ponte tra franchise piuttosto che la grande conclusione della propria storia.

Conclusione

Il quarto episodio lascia un’impressione profondamente contraddittoria. A livello narrativo contiene diversi elementi davvero interessanti. L’episodio tenta contemporaneamente di essere un horror claustrofobico, una satira politica su un’America oppressa sotto il controllo di un superumano e della Vought, un meta-commento e un nuovo capitolo nella disintegrazione psicologica di Patriota. In alcuni momenti tutto questo funziona sorprendentemente bene. Per la maggior parte del tempo, però, il risultato appare talmente artificiale e meccanicamente scritto da far sembrare la serie un videogioco pieno di muri invisibili, in cui i personaggi possono agire soltanto quando lo decide la sceneggiatura. Ed è particolarmente deludente in una stagione in cui la posta in gioco avrebbe dovuto essere la più alta dell’intera serie.

Valutazioni

IMDb

7.6 /10

Trakt

7.4 /10

Cinemapatrol

4 /10

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