Recensione | The Boys: Stagione 5, Episodio 5 (2026) – antologia dei dannati

RecensioniYevhenii Rudniev
15 mag 202610 minuti
The Boys: Stagione 5, Episodio 5 (2026) — Nathan Mitchell

© Amazon Prime Video

Recensioni degli episodi della stagione finale

Il quinto episodio della stagione finale di «The Boys», intitolato «Buona la prima» (Titolo originale: One-Shots), è il più audace dal punto di vista strutturale dell’intera stagione. Al posto del consueto intreccio di linee narrative parallele, la serie propone diversi mini-segmenti separati, ciascuno con il proprio protagonista e con cartelli introduttivi che ricordano gli «one-shot» dei fumetti. Per un momento, lo show cambia genere e si trasforma in una raccolta di cortometraggi, dove ogni segmento possiede un tono, un’atmosfera e persino un’identità narrativa propria. È una scelta coraggiosa, anche se non impeccabile nell’esecuzione. Tuttavia, dopo una serie di episodi che continuavano a riproporre gli stessi conflitti tra Butcher, Hughie e il resto della squadra, questo capitolo restituisce improvvisamente quella sensazione ormai dimenticata di un mondo vivo, in cui non esistono soltanto i Boys e il conflitto centrale con Patriota (Homelander), ma anche altri personaggi che stanno semplicemente vivendo frammenti delle loro vite.

Quelli che il sistema stritola

Firecracker

Il miglior segmento dell’episodio — e uno dei più forti dell’intera quinta stagione — ruota attorno a Firecracker. L’episodio si apre con la presentazione trionfale della nuova campagna della Chiesa Democratica d'America, dove Patriota riceve da Firecracker la prima «Bibbia di Patriota»: Antico, Nuovo e Nuovissimo Testamento Americano, con quest’ultimo scritto dall’intelligenza artificiale. Dietro il fanatismo ostentato di Firecracker si nasconde però una persona reale, piena di contraddizioni. Durante il giorno incontra segretamente una figura del suo passato — padre Greg Dupree — la cui chiesa sta andando in rovina sotto il peso del nuovo ordine religioso; poche ore dopo, davanti alle telecamere, legge dal gobbo un testo in cui accusa il suo stesso pastore di pedofilia. La macchina da presa rimane fissa sul suo volto: le lacrime sono autentiche, e si percepisce chiaramente quanto tutto questo la stia distruggendo dentro.

Valorie Curry trasforma una semplice ingranaggio del sistema in una persona che, semplicemente, non ha avuto la forza o la possibilità di trovare una via d’uscita. La sua parabola è quella di un piccolo ingranaggio disposto a ingoiare qualsiasi umiliazione pur di salire più in alto, perdendo completamente morale, umanità e identità personale. Ed è proprio questo il punto: è arrivata nei Sette pur essendo una supereroina assolutamente mediocre, perché il potere non è mai dipeso davvero dai superpoteri. Firecracker ha ottenuto status e vicinanza al potere attraverso servilismo, adulazione e manipolazione.

La scena finale tra Patriota e Firecracker chiude il suo arco con una freddezza brutale: lui le sfiora il viso, cala un secondo di silenzio — e subito dopo la testa della ragazza è infilzata sulla statua di un’aquila. Ironico che si tratti dell’ala sinistra dell’animale: forse gli autori volevano inserire anche un sottotesto legato alle ideologie di sinistra e ai movimenti che aspirano all’uguaglianza sociale e alla giustizia. Una fine miserabile per Firecracker, consumata nel tentativo di avvicinarsi troppo al sole.

Fa pena? Nei suoi momenti di dubbio e conflitto interiore si può perfino provare empatia, ma sapeva perfettamente cosa stesse facendo quando ha scelto di scendere a compromessi con la propria coscienza. Se Patriota non si fosse radicalizzato così tanto nelle sue idee e nelle sue azioni, avrebbe davvero avuto rimorsi? Difficile crederlo. Fino a quel momento l’avevamo vista divertirsi nel proprio ruolo, godere dei privilegi e delle opportunità offerte dal sistema. Firecracker è una propagandista che, con le sue azioni, ha alimentato gli orrori di quel sistema e contribuito alla realizzazione di cose terribili. Se non fosse stata lei, sarebbe stato qualcun altro — ma questo non cambia nulla.

Basta tracciare un parallelo con i propagandisti russi, che ogni giorno diffondono menzogne sugli ucraini, manipolano i fatti e giustificano qualsiasi crimine della Russia nella sua guerra d’aggressione contro l’Ucraina. Oppure pensiamo ai cittadini russi comuni che solo nel 2026 hanno iniziato lentamente a rendersi conto che questa è davvero una guerra e che le conseguenze possono arrivare anche sul loro territorio. Soltanto quando gli attacchi alle raffinerie hanno provocato aumento dei prezzi, carenza di carburante, blackout delle comunicazioni mobili e altri disagi causati dalle misure del Cremlino dopo gli attacchi dei droni, sempre più persone hanno iniziato a parlare di pace e della necessità di fermare il conflitto. Ma non si tratta di una presa di coscienza morale rispetto ai crimini del proprio Stato: è semplicemente il desiderio di tornare a vivere comodamente e in stabilità. Firecracker si trova esattamente nella stessa situazione. Tutti sono diversi, così come diversi sono i russi citati come esempio, ma le conseguenze delle loro azioni — o della loro passività — restano comunque una forma di complicità con il sistema.

Black Noir

La seconda miniatura dell’episodio è dedicata a Black Noir II, Justin, che nel tempo libero dalle sue attività nei Sette prova il ruolo di Barry Gibb in un musical di Broadway dedicato ai Bee Gees. Il regista Adam Bourke — una sorta di Kevin Feige decaduto in versione discount — diventa il primo vero mentore della sua vita, l’unico a vedere in lui un artista e non soltanto una maschera. Considerando quanto superficialmente la serie abbia utilizzato il nuovo Noir fino a questo momento, è sorprendente che in appena dieci minuti riesca a dare al personaggio più peso emotivo di quanto abbiano fatto alcune storyline intere nelle stagioni precedenti. Il suo sogno teatrale, le prove e il rapporto con il regista risultano inaspettatamente umani e calorosi. È proprio in momenti come questi che «The Boys» dà il meglio di sé: quando smette di cercare costantemente lo shock splatter e lascia semplicemente che i personaggi siano persone vere. Naturalmente la serie non dimentica il proprio marchio di fabbrica, quindi un’anguilla delle fogne uccide Adam nel bagno su ordine di Abisso (The Deep). Justin trova il suo mentore morente tra le braccia, e le sue ultime parole giocano ironicamente con il classico cliché delle frasi finali prima della morte. La scena è assurda, ma allo stesso tempo sincera. Alla fine, dopo il ricatto di Abisso, Noir è costretto ancora una volta a indossare la maschera. Ed è tristissimo.

Terror

Il terzo segmento segue le vicende dei Boys attraverso il punto di vista di Terror, il bulldog di Butcher. Mentre il cane cerca il suo giocattolo — che Starlight ha messo in lavatrice — assistiamo a conversazioni sorprendentemente intime. Marvin confessa a Butcher di aver accettato la propria morte imminente e di riuscire finalmente a dormire tranquillo; Frenchie ammette apertamente di non sapere come garantire a Kimiko una vita normale. E soprattutto, Butcher promette a Hughie che, se troveranno il V1, una parte della dose andrà a Starlight e Kimiko, mentre lui non ha alcuna intenzione di salvarsi. Antony Starr regala un’altra dose di autoironia durante il sogno di Terror. E il modo in cui Butcher guarda Hughie mentre salva il cane dall’avvelenamento da torta al cioccolato racconta più del personaggio di quanto abbiano mai fatto i suoi discorsi altisonanti.

In questo segmento gli autori mostrano finalmente ciò che mancava da tempo alla stagione: interazioni vive tra i personaggi, senza riciclare continuamente gli stessi conflitti. Le conversazioni tra Butcher, Hughie e Marvin funzionano molto meglio delle infinite liti viste negli episodi precedenti. Soprattutto perché, finalmente, gli sceneggiatori permettono a Butcher di mostrare ancora qualche residuo di umanità. Eppure, proprio qui la serie lavora anche contro sé stessa. Il finale della quarta stagione sembrava aver concluso definitivamente l’arco di Butcher come uomo che aveva ormai sacrificato la propria umanità nella guerra contro i super. Il lato oscuro aveva vinto — almeno così sembrava. Ma la quinta stagione riporta parzialmente il personaggio indietro. Certo, resta cinico, crudele e disposto a sacrificare chiunque, ma ancora una volta la serie sottolinea che il «vecchio Butcher» esiste ancora da qualche parte dentro di lui. Permette l’uso del V1 per Starlight e Kimiko, ammettendo implicitamente di non voler condannare la squadra a morte. E questo riporta nuovamente «The Boys» alla solita dinamica: Butcher è un mostro, ma con ancora un’anima. Il problema è che la serie ripete questa stessa parabola stagione dopo stagione.

Lo stesso vale per Hughie. I personaggi sembrano intrappolati in una corsa infinita, costretti a ripetere sempre gli stessi punti emotivi. Ed è proprio per questo che la struttura sperimentale dell’episodio funziona meglio della trama principale della stagione: almeno permette ai personaggi di comportarsi come esseri umani e non come figure condannate a rimasticare all’infinito i propri traumi.

Sister Sage

Nel quarto «cortometraggio» dell’episodio, Sister Sage rivela finalmente il proprio piano ad Ashley. Se fino a questo momento la serie lasciava ancora spazio all’interpretazione di Sage come semplice manipolatrice pragmatica, ora diventa evidente che il suo progetto consiste nell’aiutare Patriota a conquistare il potere, liberare poi il virus contro i super, lasciare che superumani e umanità si distruggano a vicenda e attendere serenamente l’apocalisse chiusa in un bunker pieno di libri. L’ironia è che viveva già esattamente così prima di incontrare Patriota — soltanto che, al posto del bunker, c’era un appartamento. In un certo senso ha decisamente «pensato troppo». Un personaggio che sostiene di odiare il caos finisce per trasformarsi nell’architetto della fine del mondo semplicemente perché stanco delle persone.

Questioni di logica

La parte finale dell’episodio si svolge a Los Angeles, dove Soldatino (Soldier Boy) e Patriota vanno a incontrare Mister Maratona (Mr. Marathon), ex membro dei Sette poi sostituito dal più veloce A-Train. Questo quinto segmento riunisce Jensen Ackles (Soldatino), Jared Padalecki (Mister Maratona) e Misha Collins (Malchemical), funzionando come un piacevole meta-commento per i fan di «Supernatural», serie creata e guidata nei suoi migliori cinque anni proprio da Eric Kripke, oggi showrunner di «The Boys». Alla regia troviamo Philip Sgriccia, veterano di numerosi episodi di «Supernatural».

Nel salotto, oltre a Mister Maratona, attendono i protagonisti Seth Rogen, Kumail Nanjiani, Will Forte, Christopher Mintz-Plasse e Craig Robinson, tutti nei panni di sé stessi. All’inizio le loro apparizioni fanno ridere, poi la situazione diventa sempre più assurda, fino a trasformarsi in un massacro sanguinoso. Il risultato sembra un incrocio tra «Facciamola finita» (This Is the End) e «Su×bad - Tre menti sopra il pelo» (Superbad), ma con i super e il livello di brutalità tipico della serie.

Dopo il tentativo fallito di avvelenare Patriota e il caos che ne segue, emerge chiaramente uno dei problemi principali del moderno «The Boys»: la serie gestisce sempre peggio la logica del proprio universo. Mister Maratona, capace di muoversi a supervelocità, improvvisamente si comporta come se le stanze dovessero «caricare» come in un videogioco. Così l’inseguimento con Soldatino finisce per ricordare Willy il Coyote e Beep Beep nei corti di Looney Tunes e Merrie Melodies, culminando con lo speedster che scivola sull’olio per bambini.

Vale la pena parlare anche di Patriota, che stagione dopo stagione sembra sempre più facile da sconfiggere. Nella prima stagione era una minaccia assoluta e i Boys dovevano pianificare ogni passo pur di non morire. Ora, invece, la sua psiche instabile, il complesso divino e l’eccessiva sicurezza giocano contro di lui: usa raramente superudito, vista a raggi X o supervelocità per raggiungere i suoi obiettivi, e la minaccia che rappresenta appare molto meno assoluta. Non distrugge la serie, ma riduce sensibilmente la tensione rispetto alle prime stagioni. Sempre più spesso sembra che qualche super particolarmente potente potrebbe semplicemente sopraffarlo senza bisogno di virus o piani elaborati.

Conclusione

Nonostante tutti questi problemi, «Buona la prima» resta uno dei migliori episodi della stagione. E non perché sia perfetto, ma perché, per la prima volta dopo molto tempo, «The Boys» smette di spingere meccanicamente la trama verso il finale e lascia semplicemente vivere il proprio mondo.

Valutazioni

IMDb

7.7 /10

Trakt

7.5 /10

Cinemapatrol

8 /10

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